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The Large Glass al MAXXI: 10 opere per capire come costruiamo la realtà - parte terza - MAXXI A[R]T WORK
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The Large Glass al MAXXI: 10 opere per capire come costruiamo la realtà – parte terza

Terza e ultima parte dell’approfondimento della studente Flaminia Froelich su The Large Glass, la mostra che riallestisce la Collezione permanente del MAXXI, aperta al pubblico fino al 25 ottobre 2026

[qui la prima parte e qui la seconda parte]

 

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The Large Glass al MAXXI: 10 opere per capire come costruiamo la realtà

 Ultimi tre confronti della mia riflessione sulle opere di The Large Glass.

 

8. Massimo Bartolini, Mixing Perfumes e Dogville: percezione, spazio e costruzione della realtà

L’installazione Mixing Perfumes di Massimo Bartolini propone un’esperienza che mette in discussione il ruolo dominante della vista nelle arti visive.

Courtesy Fondazione MAXXI

L’opera, infatti, si sviluppa attraverso la diffusione di profumi nello spazio dell’installazione, creando un ambiente che non può essere solamente osservato, ma deve essere anche percepito attraverso l’olfatto. Per attraversare la casa gialla installata al centro della galleria numero 4 del museo, bisogna attraversare una porta girevole di vetro. Come negli hotel, ma qui il vetro è opaco, lattiginoso, e non si vede cosa ci aspetta oltre la porta, dando priorità all’olfatto.

Questo cambiamento sensoriale modifica completamente il rapporto tra spettatore e opera. Non esiste un unico punto di vista privilegiato né una forma precisa da osservare. L’esperienza si costruisce nel tempo attraverso la percezione personale di chi attraversa lo spazio.

 

Un approccio simile si ritrova anche nel film Dogville di Lars von Trier. In questo caso lo spazio scenico è ridotto al minimo: le case sono rappresentate soltanto da linee disegnate sul pavimento, senza pareti o elementi realistici, eppure nessuno “vede” cosa accade nel privato, tra le mura delle abitazioni dei protagonisti. È quindi lo spettatore a dover immaginare e completare mentalmente gli ambienti e le superfici.

Screen da Dogville

In entrambi i casi, la realtà non viene presentata come qualcosa di già definito, ma come qualcosa che prende forma attraverso la percezione e l’interpretazione personale.

 

Bartolini coinvolge un senso spesso trascurato, costringendo il pubblico a modificare le proprie abitudini percettive. Von Trier invece elimina molti elementi visivi proprio per attivare l’immaginazione dello spettatore.

Entrambi mostrano che ciò che consideriamo reale dipende in gran parte dal modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo.

Questa consapevolezza mette in crisi l’idea di una realtà completamente oggettiva e stabile, evidenziando invece il ruolo attivo dello spettatore. L’opera non è completa senza chi la osserva — o, in questo caso, la percepisce.

 

9. Lauretta Vinciarelli, Water Enclosures e Bridget Riley, Movement in Squares: vedere e interpretare lo spazio

Le opere di Lauretta Vinciarelli si basano su un equilibrio molto delicato tra luce, materia e percezione. Nella serie Water Enclosures (1987) l’artista utilizza acqua e pigmenti per creare superfici leggere e trasparenti che sembrano quasi dissolversi davanti allo sguardo.

Courtesy Fondazione MAXXI

I confini dello spazio non sono mai completamente definiti: cambiano a seconda della luce e del punto di vista dello spettatore.

Questo tipo di ricerca mette in discussione l’idea tradizionale di spazio come qualcosa di stabile e oggettivo. Nelle opere di Vinciarelli, infatti, lo spazio non è un semplice contenitore fisso, ma una costruzione percettiva che prende forma nel momento in cui viene osservata.

 

Un discorso simile si ritrova in Movement in Squares (1961) di Bridget Riley, anche se sviluppato attraverso un linguaggio più geometrico. L’opera è costruita attraverso una griglia di quadrati che, deformandosi progressivamente, crea un effetto di profondità e movimento. Fa parte della corrente della cosiddetta Op Art (Optical Art).

L’occhio dello spettatore fatica a stabilizzare l’immagine: ciò che sembra piatto appare tridimensionale, mentre ciò che sembra stabile sembra muoversi.

 

Entrambe le artiste lavorano quindi sullo stesso punto: la percezione non è mai neutra. Il nostro modo di vedere è influenzato non solo dai sensi, ma anche dalle abitudini e dalle aspettative.

Le opere rendono visibile proprio questo meccanismo, mostrando che lo spazio non è semplicemente qualcosa che esiste davanti a noi, ma il risultato di una relazione tra l’oggetto osservato e il nostro sguardo.

 

10. Francis Alÿs, Untitled (Redemption) e La coscienza di Zeno: il fallimento come esperienza e possibilità

Le opere di Francis Alÿs si caratterizzano per una semplicità apparente che nasconde però riflessioni molto profonde.

Courtesy Fondazione MAXXI

In Untitled (Redemption) esposto in mostra, l’artista mette in scena un’azione che sembra diretta verso un obiettivo preciso, ma che non arriva mai davvero a una conclusione definitiva. Il gesto si ripete e rimane sospeso.

Questa mancanza di risultato non rappresenta un limite dell’opera, ma il suo vero significato. L’attenzione si sposta, dunque, dal traguardo finale al processo stesso.

 

Una situazione simile si ritrova nel romanzo La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Zeno vive continuamente diviso tra intenzioni e fallimenti: decide più volte di smettere di fumare, di cambiare vita e di prendere decisioni definitive, ma ogni tentativo resta incompleto.

 

Alÿs rappresenta il gesto incompiuto, mentre Svevo ne analizza soprattutto la dimensione psicologica. Entrambi però arrivano a una stessa idea: il fallimento non è qualcosa di eccezionale, ma una parte normale dell’esperienza umana.

Non esiste infatti un percorso lineare verso il miglioramento, ma una serie di tentativi, errori e ripetizioni.

Questa prospettiva mette in discussione la visione tradizionale del successo come raggiungimento perfetto di un obiettivo. Al contrario, suggerisce che il valore possa trovarsi proprio nel continuare a provare, anche senza risultati definitivi.

In questo senso, Untitled (Redemption) non rappresenta una sconfitta, ma una forma diversa di azione che accetta l’incertezza e trova significato nel proprio svolgersi.

 

La realtà come costruzione: cosa emerge dal dialogo tra le opere

Il percorso costruito attraverso queste opere mostra una rete di connessioni che va oltre le differenze di epoca, linguaggio e contesto. Pittura, cinema, installazione e letteratura si intrecciano dimostrando come sia possibile affrontare gli stessi temi attraverso strumenti artistici differenti.

 

I concetti che emergono — identità, percezione, società, natura e cambiamento — non sono separati, ma profondamente collegati tra loro. Ogni opera contribuisce infatti a mettere in discussione l’idea della realtà come qualcosa di completamente oggettivo e stabile.

Al contrario, ciò che vediamo è sempre filtrato dalla cultura, dall’esperienza personale, dal contesto storico e dal modo in cui percepiamo il mondo. Anche elementi che consideriamo “naturali”, come i confini geografici o le strutture sociali, sono spesso il risultato di processi storici e culturali molto complessi.

 

Le opere analizzate rendono visibili proprio questi meccanismi. Non offrono risposte definitive, ma aprono spazi di riflessione e invitano a interrogarsi non solo su ciò che osserviamo, ma anche sul modo in cui lo osserviamo.

In questo senso, il dialogo tra le opere non è soltanto un esercizio di collegamento, ma un modo per sviluppare uno sguardo più critico e consapevole. Guardare diventa un atto attivo che implica interpretazione, scelta e responsabilità.

Questo significa anche riconoscere che non esiste una sola interpretazione possibile. Ogni lettura è parziale, personale e aperta al confronto con gli altri. Ed è proprio questa pluralità di significati che rende l’esperienza artistica così ricca e interessante.

 

In una società contemporanea caratterizzata da una continua e assillante produzione di immagini e informazioni, questa consapevolezza diventa fondamentale. Non basta semplicemente vedere: è necessario comprendere come e perché interpretiamo la realtà in un determinato modo.

 

Bisogna reimparare ad osservare il presente restando fedeli al proprio pensiero critico. Per non correre il rischio di cadere preda di un’apatica indifferenza, che oggigiorno, grazie alle mille, vane, distrazioni, fornite ad esempio dai social media, è una minaccia più presente di quanto noi vogliamo prenderne atto. Paradossalmente e purtroppo, queste distrazioni sembrano essere l’unico modo per trovare pace in un mondo sull’orlo di una crisi collettiva, sia esistenziale che sociopolitica, la quale stiamo affrontando, anzi, che, piuttosto, tentiamo in tutti i modi di ignorare, per poter stare bene finché si può. Sperando che voltando lo sguardo altrove, il mondo si salvi da solo.

 

La realtà non è un qualcosa che esiste semplicemente davanti a noi, ma è frutto di ciò che costruiamo continuamente attraverso lo sguardo, il pensiero e l’esperienza. La realtà è la conseguenza di ciò che è stato costruito in passato e allo stesso tempo le fondamenta e le possibilità di ciò che potrà essere il futuro.

Non importa come decidiamo di prendere atto del presente e delle sue verità per come le percepiamo, basta una cosa, aprire occhi orecchie e bocca per avere le fondamenta di un pensiero che vale la pena esternare, in qualsiasi modo ci sia possibile. In questo l’arte, a mio parere, ne e il cavallo di battaglia.

Susanna Correrella